TEORIA & SOCIETà / PSICOLOGIA SOCIALE · 5 MIN DI LETTURA · AGGIORNATO 07.10.2026

Victim blaming

Quando la domanda diventa "cosa hai fatto tu?" invece di "cosa ha fatto lui?", qualcosa si è già inceppato.

Cos'è il victim blaming, da dove nasce e perché spostare la colpa su chi subisce un torto fa danni a chi parla e a chi ascolta. Con esempi e qualche frase da evitare.

Cosa significa davvero victim blaming
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Il victim blaming (colpevolizzazione della vittima) è l'atteggiamento di attribuire, in tutto o in parte, la responsabilità di un reato o di un torto a chi lo ha subito. Si manifesta con domande, commenti o allusioni che spostano l'attenzione dall'autore alla vittima. Può portare a vittimizzazione secondaria e scoraggiare le denunce.

Una ragazza denuncia una violenza e la prima domanda che si sente è: "Com'era vestita?". Una persona truffata online racconta cosa le è successo e qualcuno commenta: "Ma come hai fatto a cascarci?". Alcune foto private finiscono in giro e c'è chi dice che bastava non mandarle. Sono scene diverse, ma il meccanismo è lo stesso: l'attenzione si sposta da chi ha fatto del male a chi lo ha subito. Si chiama victim blaming, in italiano colpevolizzazione della vittima, ed è così diffuso che spesso non ce ne accorgiamo nemmeno quando lo facciamo noi. Non sempre è cattiveria. A volte è paura, a volte abitudine, a volte un tentativo goffo di dare consigli. Capire da dove nasce aiuta a riconoscerlo, a smettere di ripeterlo e a capire perché fa tanti danni a chi sta già male.

Che cos'è il victim blaming

Victim blaming vuol dire attribuire, in tutto o in parte, la responsabilità di un reato o di un torto alla persona che lo ha subito. Non serve dirlo apertamente con un "è colpa tua". Basta una domanda ("perché eri lì a quell'ora?"), un commento ("se l'è cercata") o un'allusione ("dovevi stare più attenta") per ottenere lo stesso effetto.

L'espressione risale al 1971, quando lo psicologo americano William Ryan pubblicò il libro Blaming the Victim. Ryan si riferiva soprattutto alla tendenza a spiegare la povertà e le disuguaglianze con i difetti dei poveri, invece che con le condizioni in cui vivevano. Col tempo il termine si è spostato sul campo in cui lo conosciamo oggi, cioè violenza sessuale, violenza di genere, stalking, truffe e abusi in generale.

Vittimizzazione secondaria

Il danno ulteriore che subisce una vittima quando, dopo il fatto, viene giudicata, messa in dubbio o trattata con sospetto da chi dovrebbe ascoltarla e aiutarla: familiari, forze dell'ordine, tribunali, media, social.

Da dove nasce

La spiegazione più citata dalla psicologia sociale è l'ipotesi del mondo giusto, formulata dallo psicologo Melvin Lerner negli anni Sessanta. L'idea è che abbiamo un bisogno profondo di credere che il mondo sia ordinato e che a ognuno capiti ciò che si merita. Se così fosse, le cose brutte capiterebbero solo a chi sbaglia qualcosa, e noi, che facciamo attenzione, saremmo al sicuro.

Il problema è che questa credenza regge solo finché non incontriamo qualcuno a cui è successo qualcosa di terribile senza motivo. A quel punto abbiamo due strade: ammettere che potrebbe capitare anche a noi, che è scomodo, oppure cercare un errore della vittima, che è rassicurante. Il victim blaming spesso è questo: una difesa dalla paura, travestita da ragionamento.

Ci sono poi cause più culturali. Pensiamo ai ruoli di genere, agli stereotipi su come "dovrebbe" comportarsi una donna, a una certa idea di virilità, alla poca fiducia in chi denuncia. Tutto questo contribuisce a rendere normale la domanda sbagliata.

Gli esempi più comuni

Il victim blaming ha le sue frasi ricorrenti. Alcune sono storiche, altre più recenti:

  • "Com'era vestita?" e "Cosa ci faceva in giro a quell'ora?", tipiche dei casi di violenza sessuale.
  • "Perché non è andato via prima?", detto a chi subisce maltrattamenti in una relazione.
  • "Se non voleva, bastava non mandare quelle foto", detto a chi subisce la diffusione non consensuale di immagini intime.
  • "Ma come hai fatto a fidarti?", detto a chi è stato truffato online o raggirato da un falso profilo.
  • "Te la sei cercata", la formula più secca e più usata.

Anche le istituzioni ci sono cascate. In Italia, a fine anni Novanta, una sentenza della Cassazione ritenne che sfilare i jeans a una persona fosse impossibile senza la sua collaborazione, e la decisione fu poi ribaltata anni dopo. Il caso fece discutere così tanto che alcune parlamentari protestarono presentandosi in aula in jeans. E nel 1979 la Rai trasmise il documentario Processo per stupro, che mostrava un'aula di tribunale in cui la vittima veniva interrogata sulla sua vita privata più dell'imputato.

Una persona racconta di aver mandato foto intime al partner e di averle poi viste circolare in una chat di gruppo. Invece di chiedersi chi le ha diffuse, molti commentano che "bastava non mandarle". La discussione riguarda quello che ha fatto lei, non il reato commesso da chi ha condiviso le immagini senza il suo consenso.

Perché fa così male

Il primo effetto è sulla persona colpita. Chi ha già subito un torto e si sente rispondere che in fondo ha delle responsabilità tende a provare vergogna, a dubitare di sé e a tacere. Per questo si parla di vittimizzazione secondaria: un secondo danno, che arriva da chi dovrebbe ascoltare e aiutare, come familiari, amici, forze dell'ordine, avvocati, giornalisti o semplici commentatori sui social.

Il secondo effetto riguarda tutti gli altri. Se chi denuncia viene giudicato, chi viene dopo ci penserà due volte prima di farlo. Molti reati restano sommersi proprio perché parlarne ha un costo sociale che le vittime preferiscono non pagare.

Il terzo effetto è sottile: sposta il problema. Se la discussione verte su cosa ha sbagliato la vittima, nessuno parla di cosa ha fatto chi ha commesso il reato. La responsabilità, che è di chi agisce, evapora.

Consiglio di prudenza o colpa?

Qui nasce la confusione più frequente. Dire a qualcuno di fare attenzione, di non lasciare la bevanda incustodita o di non cliccare su link sospetti non è per forza victim blaming. Sono consigli di prevenzione e possono servire. La differenza sta nel momento e nell'intenzione.

Prima che qualcosa accada, un consiglio è un consiglio. Dopo che è accaduto, lo stesso consiglio, detto alla persona colpita, suona come un rimprovero e implica che avrebbe potuto evitarlo. Inoltre un consiglio di prudenza non cancella la colpa di chi commette il reato, mentre il victim blaming tende a farlo.

Consiglio di prudenza

Si dà prima che accada qualcosa, ha lo scopo di prevenire e non mette in discussione che la responsabilità resti di chi commette il reato.

Victim blaming

Arriva dopo il fatto, rimprovera chi ha subito e sposta la responsabilità su di lui o lei, facendo passare in secondo piano chi ha agito.

Come riconoscerlo e cosa dire invece

Un test pratico: chiediti se la tua frase sposta l'attenzione da chi ha fatto del male a chi lo ha subito. Se la risposta è sì, probabilmente è victim blaming, anche se l'intenzione era buona.

Se qualcuno ti racconta di aver subito qualcosa, le reazioni più utili sono semplici: credergli, ascoltare senza interrogare, dire che non è colpa sua e chiedere cosa può servire. Non servono grandi discorsi. Spesso basta evitare le domande che iniziano con "perché".

Vale anche online. Sotto un articolo o un post, il commento che dice "se l'è cercata" non è un'opinione neutra: contribuisce a creare l'ambiente in cui la prossima persona deciderà di non raccontare niente.

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