Cloud
Non è una nuvola: è il computer di qualcun altro, affittato a te.
Cos'è davvero il cloud computing, dove sono fisicamente i tuoi dati e perché aziende e privati ci si sono affidati quasi del tutto negli ultimi anni.
IN 20 SECONDI.
Il cloud computing è l'utilizzo di server remoti, gestiti da terzi, per archiviare dati ed eseguire programmi via internet, al posto del proprio computer. Si affitta spazio e potenza di calcolo come un servizio, pagando in base all'uso, senza possedere fisicamente l'hardware.
Cos'è realmente il cloud
Il cloud computing è, in sostanza, l'affitto di potenza di calcolo e spazio di archiviazione che si trova su server remoti, invece di tenerli sul proprio computer o telefono. Quando apri Gmail, non stai scaricando un programma sul tuo dispositivo: stai chiedendo a un server, da qualche parte nel mondo, di elaborare i dati e mostrarteli attraverso il browser. La differenza rispetto a vent'anni fa è enorme. Prima, se un'azienda voleva un sito web o un software gestionale, doveva comprare server fisici, installarli in un armadio, farli raffreddare, aggiornarli e ripararli quando si rompevano. Con il cloud, tutto questo lavoro lo fa qualcun altro: tu paghi solo per quello che usi, come per l'elettricità o l'acqua.
Data center
Edificio industriale che ospita migliaia di server, progettato per garantire alimentazione elettrica costante, raffreddamento e connessioni ad alta velocità ventiquattr'ore su ventiquattro.
Dove sono fisicamente i tuoi dati
I "capannoni" di cui parlavamo si chiamano data center: edifici enormi, spesso grandi come stadi, pieni di scaffali di server che lavorano ventiquattr'ore su ventiquattro. I giganti del settore (Amazon, Google, Microsoft, principalmente) ne hanno decine sparsi per il mondo, in regioni diverse, per due motivi: garantire velocità (un server vicino risponde più in fretta) e ridondanza, cioè avere copie degli stessi dati in più posti, così se un data center va a fuoco o si allaga, i tuoi file non spariscono con esso. Quando scegli, per esempio, la "regione europea" su un servizio cloud, stai scegliendo letteralmente in quale continente vuoi che i tuoi dati vengano fisicamente conservati: una scelta che oggi ha anche implicazioni legali, per via delle diverse normative sulla privacy.
I tre modelli: IaaS, PaaS, SaaS
Il cloud non è una cosa sola, ma si divide in livelli diversi, a seconda di quanto lavoro fa il fornitore e quanto ne resta a te. Con l'IaaS (Infrastructure as a Service) affitti solo l'hardware grezzo: server virtuali su cui installare tutto da solo, sistema operativo compreso. Con il PaaS (Platform as a Service) il fornitore ti dà anche l'ambiente pronto per far girare il tuo software, senza doverti preoccupare dei dettagli sotto il cofano. Con il SaaS (Software as a Service), il più familiare a tutti, ti arriva il prodotto già finito e pronto all'uso: è quello che succede con Netflix, Spotify o Google Docs, dove non installi nulla, apri semplicemente il sito o l'app.
Quando usi Google Docs per scrivere un documento senza aver installato nulla sul computer, stai usando un servizio SaaS: il software vive interamente sui server di Google, non sul tuo dispositivo.
Perché tutti sono passati al cloud
Per le aziende, il vantaggio principale è economico e di flessibilità. Non serve più investire cifre enormi in hardware che dopo tre anni sarà già obsoleto: si paga un abbonamento, e se il servizio cresce (magari un'app diventa virale) si può aumentare la potenza in pochi minuti, senza comprare un solo server nuovo. Per gli utenti privati, il vantaggio è la comodità: i file sono accessibili da qualsiasi dispositivo, senza bisogno di portarsi dietro chiavette USB o hard disk esterni, e se il telefono si rompe o viene rubato, foto e contatti restano al sicuro da un'altra parte.
I rischi e i lati oscuri
Delegare i propri dati a un'azienda terza ha però un prezzo, non solo economico. Il primo rischio è la dipendenza: se il servizio ha un blackout (ed è già successo, anche ai colossi come Amazon Web Services), migliaia di siti e app smettono di funzionare contemporaneamente, perché si appoggiano tutti sulla stessa infrastruttura. Il secondo riguarda la privacy: quando i tuoi dati sono sui server di un'altra azienda, entrano in gioco i termini di servizio di quell'azienda, non solo le tue regole. Infine c'è il tema della sicurezza: un data center ben protetto è più sicuro del tuo laptop personale contro furti fisici, ma diventa anche un bersaglio molto più appetibile per gli attacchi informatici su larga scala.
Un account cloud compromesso (email violata, password debole) può dare accesso a un intero archivio di foto, documenti e conversazioni private in un colpo solo. Attivare sempre l'autenticazione a due fattori sui servizi cloud principali.
Cloud pubblico, privato e ibrido
Esiste anche una distinzione su chi possiede e gestisce l'infrastruttura. Il cloud pubblico è quello che usiamo tutti nella vita quotidiana: server condivisi tra migliaia di clienti diversi, gestiti da grandi provider. Il cloud privato, invece, è dedicato a un'unica organizzazione, spesso un'azienda o un ente pubblico con esigenze particolari di controllo e sicurezza (come una banca o un ospedale). Il cloud ibrido mescola le due cose: dati sensibili tenuti su infrastruttura privata, tutto il resto su cloud pubblico per risparmiare e guadagnare flessibilità.
Cloud pubblico
Infrastruttura condivisa tra migliaia di clienti diversi, gestita da grandi provider come Amazon o Google. Economico, flessibile, ma con minore controllo diretto.
Cloud privato
Infrastruttura dedicata a un'unica organizzazione. Più costoso, ma garantisce controllo totale su dove e come vengono gestiti i dati.
OK BOOMER: STORIA DI UN'INCOMPRENSIONE LINGUISTICA
Le parole cambiano, e a volte fanno fatica a starci dietro. Se ti piace capire come si trasforma il linguaggio, da una generazione all'altra, "Ok Boomer" racconta proprio questo. Da oggi è disponibile su Amazon, in eBook e in cartaceo.
OK. ADESSO SAI COS'È.
MA PROBABILMENTE NON SAI COS'È QUESTO.
