GENITORI & SICUREZZA DIGITALE / GENITORIALITà DIGITALE · 5 MIN DI LETTURA · AGGIORNATO 17.09.2026

Sharenting

Ogni foto che pubblichi di tuo figlio racconta la sua vita a un pubblico che lui non ha scelto.

Cos'è lo sharenting, perché quasi tutti i genitori lo praticano senza saperlo, quali rischi reali comporta e cosa dice la legge, tra Francia e Italia.

Sharenting: cosa significa e perché è un rischio
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Lo sharenting è la pratica di condividere online, soprattutto sui social, contenuti che riguardano i propri figli minorenni: foto, video, aneddoti personali. Il termine nasce dall'unione di "sharing" e "parenting" ed è stato ufficializzato nel 2022 dall'Oxford English Dictionary. Espone i minori a rischi di privacy, furto d'identità e uso improprio delle immagini, spesso senza il loro consenso consapevole.

Ogni giorno migliaia di genitori pubblicano foto e video dei propri figli su Instagram, Facebook o TikTok: il primo giorno di scuola, la torta di compleanno, il bagnetto, il pianto per un capriccio. È un gesto così comune da sembrare innocuo, ma ha un nome preciso: sharenting. Un termine coniato dall'unione di "sharing" (condividere) e "parenting" (fare i genitori), ufficializzato nel 2022 dall'Oxford English Dictionary. Dietro l'apparente normalità di queste condivisioni si nasconde però una domanda scomoda: chi decide cosa rimane online di un bambino che non può ancora dare il proprio consenso? Non si tratta di demonizzare chi condivide un momento di famiglia. Si tratta di capire cosa succede a quella foto una volta uscita dal telefono: dove finisce, chi la può salvare, chi la può usare. In alcuni paesi, come la Francia, il tema è già arrivato in Parlamento. In Italia se ne discute da anni senza ancora una legge dedicata. Vediamo cosa significa davvero, quali sono i rischi concreti e come si può gestire in modo più consapevole.

Cos'è lo sharenting

Lo sharenting è la pratica, ormai diffusissima, di condividere online contenuti che riguardano i propri figli minorenni: foto, video, aneddoti, a volte persino i voti scolastici o i risultati medici. Non riguarda solo chi lo fa per mestiere, come i family vlogger o gli influencer genitori. Riguarda chiunque abbia un profilo social e un figlio, indipendentemente dal numero di follower.

Il fenomeno esiste da quando esistono i social network, ma è esploso con la diffusione degli smartphone e con la normalizzazione del "documentare tutto". Secondo un report del 2018 del Children's Commissioner for England, un bambino britannico compare online, in media, in circa 1.300 fotografie prima di compiere tredici anni: pubblicate dai genitori, dai parenti, dalla scuola, spesso senza che il diretto interessato ne sia mai stato informato.

Impronta digitale

L'insieme dei dati, immagini e informazioni che una persona lascia online, volontariamente o meno, nel corso della vita. Nel caso dei minori, l'impronta digitale comincia spesso prima ancora della nascita, con l'ecografia pubblicata dai genitori, e cresce ogni anno senza che il diretto interessato ne abbia scelto una singola parte.

Perché lo facciamo (e perché non è solo vanità)

Ridurre lo sharenting a semplice narcisismo genitoriale è un errore di lettura. Dietro c'è spesso il bisogno di condividere un'esperienza con una rete di supporto (nonni lontani, amici, altri genitori), di elaborare la fatica della genitorialità raccontandola, o semplicemente di costruire un album di ricordi in forma digitale. In alcuni casi diventa parte di un modello di business vero e proprio: i contenuti con bambini generano engagement più alto della media, e questo spinge alcuni profili a trasformare la vita dei figli in contenuto ricorrente.

Il punto non è giudicare la motivazione, ma riconoscere che tra "condividere un ricordo" e "costruire un'identità digitale per un'altra persona senza il suo consenso" c'è una linea sottile, e che quella linea si attraversa quasi sempre senza accorgersene.

I rischi che quasi nessuno considera

Quando si pensa ai rischi dello sharenting, la mente corre subito al pedofilo che scarica la foto del bambino in costume. È un rischio reale, ma è solo uno dei tanti, e probabilmente non il più frequente.

Le immagini pubblicate dai genitori possono essere scaricate, ritagliate, ricondivise in contesti completamente diversi da quello originario: gruppi di scambio immagini, account fake che simulano l'identità di un minore, materiale usato per il cosiddetto "furto di identità digitale" di un bambino. Secondo quanto riportato nella proposta di legge francese sullo sharenting, una parte significativa del materiale che circola nei forum dedicati allo sfruttamento sessuale minorile ha origine proprio da foto pubblicate inizialmente dai genitori stessi, con intenzioni innocenti.

Esistono poi rischi meno drammatici ma più frequenti: il bullismo scolastico basato su foto d'infanzia riesumate dai compagni di classe, la costruzione involontaria di un "profilo pubblico" del bambino che lui non ha mai scelto (dati sensibili, gusti, luoghi frequentati, persino la routine scolastica), e la semplice perdita di controllo sulla propria narrazione personale una volta che si diventa grandi abbastanza per accorgersene.

Le foto dei bambini pubblicate dai genitori possono essere scaricate e ricondivise in contesti completamente diversi da quello originario, incluse piattaforme legate allo sfruttamento sessuale minorile. Evitare di pubblicare immagini di bambini poco vestiti (bagnetto, spiaggia, piscina) o in momenti di vulnerabilità, anche in gruppi ritenuti "privati": una volta online, il controllo reale sulla diffusione si perde quasi sempre.

Il consenso che manca

Il nodo centrale dello sharenting, quello che la maggior parte delle discussioni tralascia, è il consenso. Un adulto che pubblica una propria foto sta esercitando un diritto su se stesso. Un genitore che pubblica una foto del figlio sta esercitando un diritto per conto di qualcun altro, qualcuno che non può ancora esprimere un parere informato e che, una volta cresciuto, potrebbe non essere d'accordo con quella scelta.

Una madre pubblica su Instagram, con profilo pubblico, la foto del figlio di tre anni in piscina, taggando la location. Nel giro di qualche mese, un'immagine ritagliata e ricontestualizzata dello stesso bambino compare su un account non riconducibile alla famiglia, usata per generare engagement su contenuti a tema genitorialità. La madre lo scopre solo perché un'amica le segnala l'account per caso.

Cosa dice la legge, tra Francia e Italia

Nel marzo 2023 l'Assemblea Nazionale francese ha approvato all'unanimità una proposta di legge, promossa dal deputato Bruno Studer, che introduce esplicitamente il concetto di tutela della privacy nell'esercizio della responsabilità genitoriale. In pratica, la legge stabilisce che il diritto all'immagine di un minore va garantito da entrambi i genitori insieme, e prevede che un giudice possa intervenire, in casi estremi, per limitare la possibilità di un genitore di pubblicare contenuti che riguardano il figlio, se questo ne compromette la dignità o la sicurezza.

In Italia non esiste ancora una legge specifica sullo sharenting. Il tema è però all'attenzione del Garante per la protezione dei dati personali, che lo ha più volte definito un fenomeno da monitorare per i rischi che comporta sulla formazione dell'identità digitale del minore. Anche l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza ha sollecitato il governo a intervenire con linee guida più chiare. Al momento, però, la responsabilità resta quasi interamente affidata al buonsenso dei singoli genitori.

Sharenting consapevole: qualche accorgimento pratico

Non serve smettere di condividere la propria vita di genitori per gestire meglio lo sharenting. Alcuni accorgimenti semplici riducono in modo significativo i rischi:

  • Evitare foto che rivelano informazioni identificative precise (nome della scuola visibile su una divisa, indirizzo di casa nello sfondo, orari abituali).
  • Limitare la visibilità dei contenuti a un pubblico ristretto e conosciuto, invece che pubblico.
  • Chiedersi, prima di pubblicare, se quel contenuto specifico sarebbe imbarazzante o compromettente per il bambino una volta adolescente o adulto.
  • Evitare contenuti che riguardano il corpo del bambino in situazioni di vulnerabilità (bagnetto, cambio pannolino, malattia).
  • Man mano che il bambino cresce e sviluppa una propria capacità di esprimere un parere, coinvolgerlo nella decisione: chiedergli, semplicemente, se è d'accordo.
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